18 maggio 2023

Come gestire le tasse nazionali e internazionali nell'e-commerce

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Quando si sceglie di avviare un business digitale è assolutamente necessario essere consapevoli dei regimi fiscali in vigore nel territorio in cui si sceglie di stabilire una sede. Spesso, infatti, il tema della tassazione e-commerce viene trascurato o considerato con superficialità, ma si tratta invece di un fattore piuttosto importante da tenere in considerazione per pianificare le strategie e per effettuare una previsione delle spese da affrontare per tenere in piedi la propria attività. 

Se burocrazia e disciplina fiscale rappresentano argomenti spinosi per i nuovi imprenditori digitali, ricevere una multa o una sanzione da parte del fisco può essere ancora più seccante. Proprio per questo motivo è sempre bene conoscere le norme tributarie imposte dallo stato di riferimento e, eventualmente, rivolgersi ad un commercialista o ad un esperto del settore. Scegliere un valido strumento per pagamenti per gli e-commerce, inoltre, permette ai venditori di contabilizzare e di registrare tutte le entrate e le uscite della propria attività, semplificando così le operazioni legate agli obblighi fiscali.

Questo vale tanto per le aziende che si definiscono “locali”, tanto per gli e-commerce che intendono espandere la propria struttura nell’ambito internazionale. In questo momento, infatti, la normativa prevede che ogni tassazione venga determinata in base al luogo in cui un’attività ha sede fissa e in cui questa svolge le attività commerciali. Per quanto le cose potranno cambiare con l’arrivo di una tanto promessa “Web tax”, per il momento infatti non è l’ubicazione dei clienti a determinare i criteri di tassazione di un e-commerce.

È, quindi, quella che viene definita dagli organi giuridici “stabile organizzazione” a definire i criteri e le modalità per il pagamento dei tributi statali. Qualora si decidesse di espandere il proprio e-commerce a livello globale, ad esempio, per il pagamento delle tasse occorre considerare il paese in cui è stata fondata la sede operativa, quella cioè che viene utilizzata per la maggior parte delle entrate reddituali. Fatta questa doverosa premessa, dunque, quali sono le tasse che bisogna pagare per mantenere un e-commerce? E, in media, quanti soldi portano via agli imprenditori digitali? 

Quali tasse pagare per un e-commerce?

Sebbene molti ritengano le attività digitali essere completamente al di fuori del mirino fiscale, nella realtà dei fatti e-commerce fisco e tasse vanno praticamente a braccetto. Sebbene sia sviluppato interamente sulla rete internet, un e-commerce è comunque un’attività commerciale che genera entrate e che, quindi, deve sottostare agli obblighi fiscali del paese in cui si trova la sua sede operativa. Per quel che riguarda le tasse che è necessario affrontare per aprire un e-commerce in Italia, ad esempio, occorre innanzitutto che il proprietario dell’attività apra una partita IVA. Si può scegliere di lanciare il proprio business digitale in regime forfettario, pagando il 15% dell’imponibile, ridotto al 5% nei primi 5 anni di attività.

Qualora si scegliesse, invece, il regime ordinario, si dovrebbe considerare una tassazione progressiva e percentuale che varia in base al reddito. Il minimo è pari al 23%, mentre il massimo a cui si potrebbe essere sottoposti equivale al 43% delle entrate. Sistemata la partita IVA, il titolare di un’impresa digitale è tenuto nel nostro paese anche al pagamento dei contributi per fini pensionistici. La gestione separata INPS richiede il pagamento di una quota fissa e di un’altra quota variabile. I contributi fissi da sostenere annualmente ammontano a circa 4292€, mentre la parte variabile è pari al 24,48% sugli imponibili che superano la quota di 17504€. 

Quante tasse bisogna pagare con un e-commerce?

Facile comprendere, dunque, come mai tasse e e-commerce rappresenti un binomio che i moderni imprenditori digitali guardano con un certo timore. Gli obblighi legati all’apertura di una partita IVA, infatti, sono piuttosto salati, ma lo sono probabilmente ancor di più quelli destinati al mantenimento della gestione separata dell’INPS. Per comprendere, inoltre, quale potrebbe essere la giusta identificazione commerciale per il proprio e-commerce e quale il codice ATECO idoneo da richiedere, può essere una scelta opportuna quella di rivolgersi ad un commercialista o ad un altro professionista esperto in materia fiscale. Fortunatamente, una volta ottenuta una partita IVA e completata la registrazione al registro per la previdenza, non c’è molto altro da fare.

Potrebbe essere necessaria, eventualmente, la registrazione alla Camera di Commercio e all’INPS Commercio. Grazie a Nexi, tuttavia, i titolari di e-commerce e piattaforme di vendita digitali possono beneficiare di utilissimi strumenti in grado di semplificare in modo evidente il pagamento dei tributi fiscali. XPay, infatti, è un moderno strumento che permette di accettare oltre 30 metodi di pagamento e di registrare tutte le entrate della propria attività. Con questo innovativo strumento, insomma, è possibile avere sempre a portata di mano le cifre per il calcolo fiscale, oltre che un pratico gestionale in grado di fornire costantemente servizi di reportistica avanzata.

Cos'è la web tax?

La “web tax”, spesso chiamata anche “digital tax”, è un provvedimento richiesto a gran voce da moltissimi stati europei ed extraeuropei. Si tratta di una tassazione sulle società che operano in rete, generalmente al di fuori del territorio nazionale e prive di una stabile organizzazione. Moltissime aziende online, infatti, da anni sfruttano la mancanza di frontiere dell’industria digitale evitando di pagare le tasse nei territori in cui si estende la loro influenza. Si parla, comunque, di attività web che riscuotono annualmente fatturati di grandissima entità.

Al momento la web tax si applica alle imprese che abbiano generato un fatturato che supera la soglia di 750 milioni di euro, o che abbiano realizzato guadagni pari almeno a 5 milioni e mezzo di euro in un determinato stato. Ai soggetti cui è indirizzata la tassa, infatti, spetta il pagamento di un’aliquota pari al 3% sui ricavi, la quale può essere versata entro il 16 febbraio dell’anno successivo a quello interessato. È chiaro che un piccolo imprenditore, il quale intende aprire una piccola attività commerciale, non sarà assolutamente interessato da questo provvedimento specifico. La web tax, infatti, intende colpire precisamente i giganti dell’industria digitale, i quali riescono a generare ogni anno profitti miliardari.

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